Storia

Cosa successe all'Italia dopo l'unificazione? Spiegazione semplice

Dopo l'unificazione del 1861 l'Italia era un Paese nuovo, ma molto diviso: lingue, leggi, monete ed economie erano diverse da regione a regione. Il governo dovette "fare gli italiani", cioè unire popoli diversi, e per questo affrontò problemi di amministrazione, economia, tasse e povertà.

Secondo la fonte Treccani, il 17 marzo 1861 il primo Parlamento nazionale proclamò a Torino Vittorio Emanuele II re d'Italia.

Che cosa significa "fare gli italiani"?

È una frase famosa di Massimo d'Azeglio: "Fatta l'Italia, bisogna fare gli italiani". Voleva dire che unire il territorio non bastava. Un contadino siciliano e un operaio milanese vivevano sulla stessa penisola, ma parlavano lingue diverse e avevano tradizioni, leggi e monete diverse. Bisognava creare un senso di nazione comune.

Come venne governato il nuovo Regno?

I Savoia e i loro ministri applicarono a tutta l'Italia le leggi e l'amministrazione del Piemonte. Questa scelta si chiama "piemontesizzazione". Molti, per esempio i napoletani abituati alle leggi borboniche, non se l'aspettavano.

Perché nacque la questione meridionale?

Il Nord, con il triangolo industriale Milano-Torino-Genova, aveva già iniziato a industrializzarsi. Il Sud era legato a grandi latifondi in mano a pochi proprietari, con tanti contadini poveri. Con il libero scambio, i prodotti del Nord arrivarono nei mercati del Sud e misero in crisi le piccole manifatture locali. Così le differenze tra Nord e Sud crebbero. Ancora oggi parliamo di "questione meridionale".

Perché la gente era scontenta?

Lo Stato aveva bisogno di soldi per amministrazione, esercito e infrastrutture, quindi introdusse tasse pesanti. La più odiata fu la tassa sul macinato, che colpiva la farina e quindi il pane. Inoltre votava solo chi sapeva leggere e scrivere e pagava una certa somma di tasse: la maggior parte della popolazione era esclusa dalla politica.

Che cos'era il brigantaggio?

Nel Sud molti gruppi di briganti combatterono contro il nuovo Stato. Tra loro c'erano ex soldati borbonici, contadini disperati e persone sostenute dalla Chiesa e dai Borboni in esilio. Fu una vera guerra civile, con metodi molto duri da parte dell'esercito. Tra i briganti più noti c'era Carmine Crocco, in Basilicata.

Ci furono anche cose positive?

Sì. Nacquero le ferrovie, che collegarono il Paese, e le città cambiarono. Roma divenne capitale nel 1871 dopo la presa di Porta Pia. Nel 1877 la legge Coppino rese obbligatoria la scuola elementare, e anche scuola e servizio militare aiutarono a diffondere l'italiano.

Come finì questo periodo?

Verso fine Ottocento l'Italia cercò di diventare una potenza coloniale, ma la sconfitta di Adua nel 1896 fu un colpo duro. Nonostante tutto, il Paese restò unito e pose le basi per diventare una nazione moderna.

Fonti

La spiegazione completa, per iscritto

Il testo della videolezione «L'Italia dopo l'unificazione» con Prof.ssa Sara (docente AI).

Leggi tutta la spiegazione

Immaginate per un momento di essere nel 1861, quando finalmente il tricolore sventola su gran parte della penisola italiana. Ma cosa succede dopo? Come si trasforma un mosaico di stati così diversi in una nazione unita? È una storia piena di sfide, contraddizioni e anche di grandi speranze che ci porterà a scoprire i primi passi dell'Italia moderna.

Quando penso al 1861, mi viene sempre in mente quella frase che ho sentito durante una mia visita al Museo del Risorgimento di Torino: "Fatta l'Italia, bisogna fare gli italiani". Massimo d'Azeglio aveva colto nel segno con queste parole. Ma cosa significava davvero fare gli italiani? Pensateci: fino al giorno prima dell'unificazione, un contadino siciliano non aveva nulla in comune con un operaio milanese, se non il fatto di vivere sulla stessa penisola.

Parlavano lingue diverse, avevano tradizioni diverse, leggi diverse, monete diverse. Era come se improvvisamente decidessimo di unire paesi completamente estranei tra loro. Il nuovo Regno d'Italia si trovava davanti a sfide enormi. La prima e più immediata era quella dell'amministrazione.

Come governare un territorio che si estendeva dalle Alpi alla Sicilia? I Savoia e i loro ministri decisero di applicare quello che chiamiamo "piemontesizzazione": in pratica, estesero a tutta l'Italia le leggi, l'amministrazione e il sistema del Piemonte. Immaginate la reazione di un napoletano abituato alle leggi borboniche che si ritrova improvvisamente sotto il codice civile piemontese! Non era esattamente quello che molti si aspettavano dall'unificazione.

Ma la sfida più grande era sicuramente quella economica. L'Italia appena unita era un paese prevalentemente agricolo, con enormi differenze regionali. Il Nord, specialmente il triangolo industriale Milano-Torino-Genova, aveva già iniziato il suo processo di industrializzazione. Pensate a aver visitato alcuni anni fa le antiche fabbriche tessili di Biella: già allora, negli anni Sessanta dell'Ottocento, quelle macchine a vapore rappresentavano il futuro dell'Italia.

Ma scendendo verso il Sud, il paesaggio cambiava completamente. Il Meridione rimaneva legato a un'economia feudale, con latifondi immensi nelle mani di pochi proprietari e masse di contadini poveri che lavoravano terre spesso incolte. Questa differenza economica si tradusse presto in quella che ancora oggi chiamiamo "questione meridionale". Ma come nasce questa disparità?

Non è che il Sud fosse naturalmente più povero del Nord. Anzi, fino al Settecento, città come Napoli erano tra le più ricche d'Europa. Il problema fu che l'unificazione favorì principalmente gli interessi del Nord industriale. Il libero scambio commerciale interno permise ai prodotti del Nord di invadere i mercati meridionali, distruggendo le piccole manifatture locali.

È un po' come se oggi eliminassimo improvvisamente tutte le barriere commerciali tra paesi con economie molto diverse: i più forti vincerebbero sempre sui più deboli. E poi c'era la questione delle tasse. L'Italia unita aveva bisogno di soldi, tantissimi soldi, per costruire l'amministrazione, l'esercito, le infrastrutture. Ma da dove prenderli?

Il governo decise di introduire nuove tasse, spesso molto pesanti per la popolazione. La più odiata di tutte fu la tassa sul macinato, che colpiva la farina e quindi il pane, l'alimento base della dieta popolare. Immaginatevi la rabbia di una famiglia contadina che vedeva aumentare il prezzo del pane quotidiano! Questa tassa fu una delle cause principali del malcontento popolare nei primi anni del Regno.

Ma forse il problema più grave di tutti fu il fenomeno del brigantaggio. Qui la storia si fa davvero drammatica, come un romanzo d'avventura ma con risvolti tragici. Nel Sud, specialmente in Basilicata, Calabria e nell'entroterra napoletano, gruppi di briganti iniziarono a combattere contro il nuovo stato italiano. Non erano semplici banditi: molti di loro erano ex soldati borbonici che non accettavano la fine del Regno delle Due Sicilie, contadini disperati che vedevano peggiorare le loro condizioni di vita, ma anche persone che venivano sostenute dalla Chiesa e dai Borboni in esilio.

Il brigantaggio fu una vera e propria guerra civile. Il governo italiano mandò nel Sud un esercito di 120. 000 uomini, più soldati di quanti ne avesse impiegati nelle guerre d'indipendenza! I metodi usati furono spesso molto duri: intere popolazioni vennero considerate complici dei briganti, ci furono fucilazioni di massa, paesi interi vennero messi a ferro e fuoco.

È una pagina buia della nostra storia che per molto tempo è stata dimenticata o nascosta. Briganti come Carmine Crocco in Basilicata o i fratelli Lombardi in Puglia divennero leggendari, ma la loro storia ci racconta anche il dramma di popolazioni che si sentivano tradite dalle promesse dell'unificazione. Parlando di promesse non mantenute, non possiamo dimenticare la questione del diritto di voto. L'Italia unita si era data una costituzione liberale, ma chi poteva votare?

Solo chi sapeva leggere e scrivere e pagava una certa somma di tasse. Significa che su circa 22 milioni di italiani, solo 600. 000 avevano diritto di voto! Era una democrazia per pochi, molto pochi.

La stragrande maggioranza della popolazione rimaneva esclusa dalla vita politica. E questo ci porta a un altro problema enorme: l'analfabetismo. Quando penso ai dati sull'analfabetismo nell'Italia appena unita, rimango sempre colpita: nel 1861, circa l'80% della popolazione non sapeva né leggere né scrivere! Nel Sud la percentuale arrivava al 90%.

Come si fa a costruire una nazione moderna con questi numeri? Il governo capì che l'istruzione era fondamentale e nel 1877 venne promulgata la legge Coppino, che rendeva obbligatoria l'istruzione elementare. Ma la strada era lunga e piena di ostacoli: mancavano le scuole, mancavano gli insegnanti, e soprattutto mancava la volontà delle famiglie povere di mandare i figli a scuola invece che a lavorare nei campi. Un altro aspetto affascinante di questo periodo è la questione della lingua.

Vi siete mai chiesti che lingua parlavano gli italiani nel 1861? La risposta è: non l'italiano! Solo il 2,5% della popolazione parlava la lingua di Dante. Tutti gli altri parlavano dialetti spesso incomprensibili tra loro.

Un contadino veneto non riusciva a comunicare con un pastore siciliano. Anche qui, fu la scuola a giocare un ruolo fondamentale, insieme al servizio militare obbligatorio che mescolava giovani di tutta Italia nelle stesse caserme. Ma non tutto fu negativo in questi primi decenni unitari. L'Italia iniziò a costruire le sue infrastrutture moderne.

Le ferrovie, che nel 1861 erano poco più di 2. 000 chilometri sparsi qua e là, iniziarono a collegare davvero il paese. Pensate a emozione che ho provato viaggiando sulla ferrovia che collega Roma a Napoli: quella linea, completata nel 1863, fu uno dei primi grandi progetti unitari. Per la prima volta, un romano poteva raggiungere Napoli in poche ore invece che in giorni di viaggio su strade polverose.

Anche le città iniziarono a trasformarsi. Roma, diventata capitale nel 1871 dopo la presa di Porta Pia, subì una vera rivoluzione urbanistica. Vennero aperti i lungotevere, costruiti i quartieri intorno alla stazione Termini, realizzato il Vittoriano. Milano si trasformò nella capitale economica, con le sue banche e le sue industrie in crescita continua.

E Napoli, nonostante i problemi del Mezzogiorno, rimaneva una delle città più popolose e vivaci d'Italia. Un aspetto molto interessante di questi anni è il rapporto con la Chiesa. La questione romana aveva creato una frattura profonda tra lo Stato italiano e il Papa. Pio IX, dopo aver perso i suoi territori, si considerava "prigioniero in Vaticano" e aveva proibito ai cattolici di partecipare alla vita politica italiana con il famoso "non expedit".

Immaginate: in un paese dove la stragrande maggioranza della popolazione era cattolica, la Chiesa invitava a boicottare lo Stato! Questo creò tensioni enormi che si sarebbero risolte solo nel 1929 con i Patti Lateranensi. Gli anni Ottanta dell'Ottocento portarono una svolta importante con i governi della Sinistra storica. Agostino Depretis, diventato primo ministro nel 1876, rappresentava una nuova generazione di politici che voleva rendere l'Italia più democratica e moderna.

Fu allargato il diritto di voto, furono costruite più scuole, iniziò una politica più attenta ai problemi sociali. Ma anche la Sinistra dovette fare i conti con i problemi strutturali del paese: le differenze Nord-Sud, la povertà diffusa, l'arretratezza economica di gran parte del territorio. E poi, verso la fine del secolo, iniziò a farsi sentire il richiamo dell'avventura coloniale. L'Italia, diventata finalmente una nazione, voleva essere riconosciuta come una grande potenza europea.

Ma le prime esperienze coloniali, come quella in Africa orientale, si rivelarono spesso disastrose. La sconfitta di Adua nel 1896 fu un colpo durissimo per l'orgoglio nazionale e dimostrò che la strada per diventare una grande potenza era ancora molto lunga. Ripensando a questi primi quarant'anni di storia unitaria, mi colpisce sempre la complessità delle sfide che l'Italia ha dovuto affrontare. Era davvero come costruire una nazione dal nulla, unendo popoli che per secoli erano stati separati da confini, tradizioni e culture diverse.

I risultati furono contraddittori: da una parte si creò finalmente uno stato moderno, con istituzioni, leggi, infrastrutture; dall'altra si aprirono ferite profonde, come la questione meridionale, che segnano ancora oggi la nostra storia. Ma forse la cosa più straordinaria è che, nonostante tutti questi problemi, l'Italia riuscì a rimanere unita. Non era scontato: altri paesi europei, come l'Austria-Ungheria, si sarebbero frantumati sotto il peso delle loro contraddizioni interne. L'Italia invece, pur tra mille difficoltà, pose le basi per diventare una moderna nazione europea.

Nella prossima lezione parleremo di come questa Italia fragile ma determinata si troverà coinvolta nella grande tragedia della Prima Guerra Mondiale, un conflitto che cambierà per sempre il volto del nostro continente e della nostra nazione. Ci vediamo alla prossima volta!

Metti alla prova 💜

1. Quale frase di Massimo d'Azeglio viene ricordata nella lezione?

2. Che cosa si intende per "piemontesizzazione"?

3. Com'era l'economia dell'Italia appena unita?